Start-Up innovazione e cambiamento, crea il tuo sito

  • 7 febbraio 2016
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Ne sentiamo parlare ovunque e in effetti la diffusione delle start-up, di progetti legati all’innovazione sociale entrambe legate appunto alla narrazione perennemente emozionata ed enfatizzata di chiunque ne discuta e che in maniera indiscussa accompagna la crescita di queste nuove realtà hanno incentivato l’affiorare di uno specifico discorso legato alle generazioni che contribuiscono – o sono determinanti – a creare un nuovo modo di fare imprenditoria.

Molte volte infatti abbiamo sentito nominare lo scarto generazionale che si verifica nelle start-up e del fatto che sono imprese giovani e fatte esclusivamente da giovani.

Ma le start-up oltre ad essere in maggioranza sviluppate da giovani imprenditori hanno un modus operandi differente rispetto alle aziende vecchio stampo per così dire. La precarietà definita abilmente flessibilità è il modo con cui si assumono le persone. Se si trattasse di vera flessibilità ci sarebbe lavoro continuativo fino alla pensione e l’essere flessibili significherebbe trovare impiego in più luoghi e con differenti mansioni magari.

Ma andiamo a vedere più da vicino questo nuovo modo di intendere il lavoro che caratterizza le start-up.

La parola e la definizione di Start-up sembra essere diventata una parola d’ordine per definire appunto il tema dell’occupazione giovanile e viene spesso associata anche al rilancio dell’economia italiana. Questo ha portato anche il governo nazionale a Dicembre 2015 ad emanare il decreto legge 179/2012 che ha lo scopo di porre le basi per tentare di regolamentare queste aziende e comprende anche una  serie di incentivi per lo sviluppo delle giovani start-up. Un fenomeno quindi che come sempre nel nostro paese avviene e solo dopo viene regolamentato, lo spirito di iniziativa viene sempre dalle persone e raramente dai governi, comunque resta il fatto che il decreto in questione è solo un primo passo nella regolamentazione di queste nuove attività infatti il discorso cambia quando si parla di start-up culturali e legate alla creatività verso le quali anche solo fornire una definizione risulta un impresa ardua. Questo è dovuto a due ordini di ragionamento, il primo è che in generale definire concetti come la creatività e la cultura è complesso e questi non rientrano in ambiti specifici. Il secondo è che non trovando una definizione consona questa tipologia – vasta – di potenziali attività nella regolamentazione di legge viene inserita come sociale anche se non è del tutto corretto. Ciò avviene anche nel decreto in oggetto ma – come detto – in questa gamma rientrano tantissime altre attività a partire da quelle legate alla ricerca scientifica per poi passare a quelle dell’assistenza socio-sanitaria, passando poi per quelle legate alla tutela dell’ambiente, ci sono anche in questo genere di attività la formazione e la valorizzazione del patrimonio culturale e infine appunto l’erogazione di servizi culturali.

Altro concetto, e motto potremmo dire, legato alle start-up è il seguente:

Il lavoro non si cerca, si crea e in effetti è calzante quando si discute di questa nuova forma di imprenditoria e oltretutto questa frase si sente pronunciare molto spesso e da più parti. La crisi del lavoro e la globalizzazione in fallimento ha contribuito certamente ad una spinta verso un metodo nuovo di procurarsi e mantenersi un lavoro e le nuove tecnologie hanno anch’esse molto aiutato nello sviluppo delle start-up. Oltre alla crisi economica a questa si associa anche quella relativa alle istituzioni tradizionali anche nel campo del lavoro, troppe volte abbiamo sentito parole come Bamboccioni che colpevolizzavano le ed i giovani che a detta di qualcuno non facevano nulla per emanciparsi dalla famiglia d’origine e questo veniva detto con le stime sulla disoccupazione in costante aumento.

Questi appellativi per nulla simpatici sono recenti e denotano personalità politiche che piuttosto che ammettere il loro fallimento davanti alla crisi del capitalismo mondiale – pagata sempre da chi lavora – preferiscono puntare il dito contro la luna e invece che osservare quest’ultima si concentrano proprio sul dito. Nell’oggi i dati sulla disoccupazione e soprattutto quelli sull’occupazione precaria – intesa come incerta e perennemente in cambiamenti senza sbocchi – restano al palo e l’iniziativa privata ben si inserisce in un contesto difficile e che sembra solo peggiorare se non fosse appunto per il dato positivo che prolifera nel fenomeno start-up intesa come un iniziativa imprenditoriale che spesso intende anche essere sociale e culturale. I principi delle start-up sono legati ad uno scambio continuo legato ad un etica del lavoro fatta di reti e condivisioni portando una ventata di novità nel campo del lavoro e delle attività anche culturali e sociali.

 Proviamo a spiegare a questo punto cosa si intende per start-up. Abbiamo visto che il cambiamento imprenditoriale riguarda l’approccio al lavoro ma le start-up non sono solo questo.

Questo mondo è legato ad iniziative e progetti su carta che prima di realizzarsi devono superare una serie di ostacoli molto seri.

Infatti dapprima una start-up è un progetto ben pianificato e chiaro nella mente di chi vorrebbe svilupparla ma che spesso si ferma proprio a ciò visto che alla maggioranza delle persone mancano poi i denari da investire sul progetto stesso. A tal proposito dobbiamo dire che solo una minoranza riesce effettivamente a trasformare il progetto in impresa generando poi posti di lavoro con un impatto sociale sostenibile.

Purtroppo la regolamentazione di questo sistema imprenditoriale come abbiamo detto poco sopra, è ancora insufficiente e le linee guida altrettanto scarse e frammentarie ecco perché per conquistare fette di mercato la reputazione di una tale impresa è assai importante ed è questa a spingere l’azienda ad affermarsi.

I canali con cui ciò avviene sono quelli legati alle nuove tecnologie e la pubblicità fa la parte del leone nella creazione delle giuste reti anche al fine di procurarsi investimenti atti allo sviluppo e alla crescita dell’azienda che a quel punto non sarà più all’inizio – start-up significa appunto ciò – ma che si delineerà come un azienda effettiva. Vi renderete conto che per quanto sia importante e rilevante la pubblicità e l’iniziativa privata non basta a far decollare tutte le belle idee che molte giovani menti possono avere e infatti sono queste ultime che spesso chiedono adesioni al progetto attraverso prestazioni lavorative non retribuite e come investimento per la loro idea che una volta sviluppata consentirebbe guadagni da dividere tra tutti i partecipanti. Tutto questo è ingiusto perché il lavoro va pagato e le idee premiate se effettivamente valide allo sviluppo imprenditoriale.

 

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